Quelli che la Francia deve salvare l’islam dalla Francia

15 AGO 20
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Al direttore - Fin da piccolo la mia mamma mi diceva che un imprenditore non dice mai no ma sempre: quanto? E poi comunque: grazie sì e grazie no, che non vuole dire no, bensì: non bastano, non sono abbastanza tanti. Apprendo solo ora che nello struggente mondo dell’editoria nazionale è subentrata la categoria dell’a prescindere. Può magari far sapere a Marina Berlusconi e a Elisabetta Sgarbi divise su tutto tranne che sul disprezzo per i soldi che ci interesserebbe sapere quanto vale la Bompiani rispetto al gruppo Mondadori? Chissà, potremmo pure fare un’offerta sempre che fossimo presentabili.
Giuseppe Saracino
Al direttore - L’ostilità tedesca (Foglio del 26 novembre) all’istituzione di un meccanismo unico di assicurazione dei depositi – parte fondamentale del progetto di Unione bancaria – è espressione dell’avversione germanica a qualsiasi mutualizzazione dei rischi (lo abbiamo già visto per gli Eurobond) ma, come sembra, potrebbe essere abbandonata dai tedeschi accettando “cum grano salis” il meccanismo a condizione che si stabiliscano tassativi limiti agli investimenti in titoli pubblici da parte delle banche: un “do ut des” che è quasi un patto leonino. Ancora una volta, la posizione italiana nel merito appare “silente e assente”, mentre a proposito del concetto di “aiuto di stato” è stata finora non in grado di almeno scalfire le tesi del tutto infondate della Commissione Ue (esposte per il salvataggio delle note quattro banche e per la istituzione della “bad bank”). Quanto, poi, all’esigenza che la Vigilanza bancaria non diverga dalla politica monetaria, siamo alle anodine dichiarazioni di Danièle Nouy, capo della Vigilanza unica. Quando, finalmente, il nostro esecutivo dirà qualcosa di significativo in merito a questi argomenti solo esemplificativamente indicati? O, anche in questo caso, ci si limiterà ad additare la mancanza di strategia, come continua ad avvenire in modo imperterrito a proposito del ben più delicato tema dell’intervento contro l’Isis, ritenendo che la segnalazione di tale mancanza sia essa stessa una strategia?
Angelo De Mattia
Al direttore - Era il 2007, divampavano le polemiche sulla decisione di George W. Bush di attaccare l’Iraq, sul sostegno di Tony Blair e della coalizione dei volonterosi. All’Onu Dominique de Villepin, attingendo alla tradizione della grande retorica pubblica francese, pronunciava l’orazione contro la “muscolocrazia” degli Stati Uniti. Che oggi Hollande vorrebbe convincere a un intervento concordato in Siria. Quelli che allora consideravano un errore abbattere Saddam per eliminare il suo terrorismo, e che addebitano a quella decisione il disordine su cui è cresciuta l’Isis, oggi sostengono Assad perché sconfigga il terrorismo dell’Isis. Per l’Isis il terrorismo è mezzo di reclutamento. Nel 2007 siamo andati in guerra pensando che abbattere il terrorismo fosse la condizione per un nation building, adesso vogliamo abbattere quelli per cui il terrorismo è strumento di nation building. E anche quando, speriamo, saremo riusciti a sconfiggere l’Isis e a eliminarne i capi, il problema resterà il nation building senza terrorismo. Anche con un dittatore. Il terrorismo è per l’Isis un mezzo di reclutamento anche in Europa. Non possono pensare di convincere gli stati europei, a suon di massacri e di attentati, a ridurre la pressione militare in Siria; né che dei kamikaze riescano a mettere i ginocchio le economie del mondo intero. Il loro obiettivo può essere solo quello di conquistare il consenso tra gli islamici che vivono nei paesi d’Europa; la loro strategia quella di provocare una reazione che infiammi le periferie delle nostre città. E’ la stessa strategia che fu delle Br da noi e della Rote Armee Fraktion in Germania, e a suo tempo degli anarchici: colpire per provocare una reazione che provochi una rivolta. Ma mentre il terrorismo di sinistra colpiva obbiettivi di grande valore simbolico, Aldo Moro o Hans-Martin Schleyer, i terroristi islamici, come da noi quelli di Bologna e di piazza della Loggia, sparano nel mucchio. Cadere in falli di reazione sarebbe fare il loro gioco. A fare il loro gioco erano una volta quelli del “né con lo Stato né con le Br”, e oggi lo sono quelli del “sì, ma”. Condannare Charlie Hebdo sì, ma anche loro a dileggiare una religione, se la sono voluta; non gli era bastato il regista Van Gogh? Certo che Bataclan è un orrore, ma anche Raqqa, vi pare giusto? Sgozzare i cristiani e dinamitare Palmira, no; però siamo stati noi a cominciare con Saddam. Accoltellare gli ebrei, magari no: però anche loro, con l’occupazione della Palestina. Nell’antisemitismo gli equilibristi del “sì, ma” sanno di trovare un sicuro punto d’incontro. Sono agghiaccianti le opinioni raccolte dalla filosofa Alexandra Lavignet-Lavastine (sul Figaro del 18 Novembre) chiacchierando la mattina del 14 novembre con giovani musulmani in un bar sotto casa sua, nel dipartimento di Seine-Saint-Denis. Per uno, gli autori della strage non possono essere musulmani: infatti uccidere è proibito dal Corano. Per un altro, il massacro di Charlie Hebdo è una messinscena della polizia, come fu della Cia l’attacco del 11/9. Chiude un terzo: d’altronde lo stato francese è una marionetta nelle mani degli ebrei, criminali con cui i conti si dovrebbero regolare col Kalashnikov. Agghiaccianti: ma, magari coi missili al posto del mitra, non li abbiamo già sentiti in bocca a qualche nostro colto e acclamato “sì, ma”? Questa non sarà una guerra di religione, ma negli atti di terrorismo islamico la religione è sempre presente. Non è parte di un macabro rituale, è funzionale alla strategia. Possibile che all’interno delle scritture e delle liturgie, non si riesca a trovare mezzi per tracciare una riga netta tra terrorismo e islam? Se come dicono gli intervistati del Figaro, il Corano impedisce di ammazzare, possibile che i “sì, ma” islamici non trovino il mezzo almeno di levare ai terroristi l’alibi che gli fornisce la religione in questa vita, e le promesse che gli offre la religione nell’altra?
Franco Debenedetti
Le rispondo con il fantastico Eric Zemmour di ieri sul Figaro: “Quando la banda di barbari ha torturato Ilan Halimi perché ebreo, hanno detto: ‘Non ha niente a che fare con l’Islam’. Quando Merah, Nemmouche e Coulibaly hanno ucciso gli ebrei per vendicare i loro fratelli palestinesi, hanno detto: ‘Non ha niente a che fare con l’Islam’. Quando i fratelli Kouachi hanno ucciso i vignettisti di Charlie Hebdo colpevoli di fare vignette sul Profeta Maometto, hanno detto: ‘Non ha niente a che fare con l’Islam. Quando hanno massacrato al Bataclan, al grido di ‘Allahu akbar’, hanno detto: ‘Non ha niente a che fare con l’Islam’. Sembra che per la nostra élite politica, i media, il giornalismo, l’obiettivo principale sia quello di salvare l’islam dalla Francia”.